10 Moto Storiche: La Storia del Motociclismo - A classic Rider at speed in at the Manx Grand Prix Road Race.
10 Moto Storiche: La Storia del Motociclismo
Se c’è una cosa che tutti noi appassionati di moto sappiamo, è che ci sono alcune moto che hanno fatto la storia, lasciando un’impronta indelebile nel cuore di chi le ama. In questo articolo, ci immergeremo nel mondo affascinante delle moto storiche, esplorando le 10 moto più iconiche di tutti i tempi. Dalle classiche alle moderne, vi racconteremo le storie di queste leggende su due ruote e l’impatto che hanno avuto sulla cultura motociclistica nel corso degli anni.
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Harley-Davidson Sportster
Nel lontano ’57 nasceva lei, la Harley-Davidson Sportster.
Non era solo una moto, no. Era un grido di libertà, di ribellione, di voglia di strada.
Mentre in Europa spuntavano moto più leggere e agili, lei rispondeva con carattere.
E da allora non si è più fermata, diventando una delle più amate di sempre.
Quel motore V-twin, ruvido e profondo, non lo scordi più.
Ti entra prima nell’anima che nelle mani.
Basta sentirla arrivare per riconoscerla.
Il suo rumore è come una voce antica, che parla di viaggi, di biker soli sull’asfalto e di raduni pieni di gente, dove l’aria sa di benzina e fratellanza.
Ma non è solo estetica.
La Sportster è una tela bianca.
Compatta, pulita, pronta a diventare quello che vuoi: chopper, bobber, scrambler.
Nessuna Harley è stata trasformata così tante volte.
È un po’ come se fosse nata per essere cambiata, adattata, vissuta.
E forse è questo che l’ha resa un mito vero, riconosciuto ovunque.
Dal vecchio Iron 883 alle nuove Sportster S, ha saputo cambiare restando se stessa.
Chi la guida oggi non cerca solo una moto: cerca sensazioni pure, quel feeling di ferro e vibrazioni che arriva dritto al cuore.
Perché guidarla non è semplice.
È grezza, viva, sincera.
Ti parla con i giri del motore e ti mette alla prova.
È come tenere a bada un animale che non vuole essere addomesticato.
Ma quando ci riesci… è magia.
Il vento, il rombo, la strada. Tutto si mescola, e per un attimo diventa casa.
Alla fine, la Harley-Davidson Sportster non è solo storia.
È cultura, identità, passione.
E anche dopo tanti anni, continua a far battere il cuore di chi vive le moto, non solo le guida.
Honda CB750

Nel 1969 il mondo delle due ruote non fu più lo stesso: Honda lanciò la CB750, una moto che non solo ridefinì il concetto di prestazioni, ma segnò l’inizio dell’era delle superbike moderne. Per la prima volta, una motocicletta destinata al grande pubblico combinava un motore quattro cilindri in linea, freno a disco anteriore e avviamento elettrico: una rivoluzione tecnica ed emozionale che travolse l’intera industria motociclistica.
Con la sua linea elegante e futuristica, la CB750 non era solo bella da vedere, ma sorprendentemente avanzata per l’epoca. Il suo motore da 736cc raffreddato ad aria erogava circa 68 cavalli, garantendo una velocità massima di oltre 200 km/h, numeri da capogiro alla fine degli anni ’60. Ma non era solo questione di potenza: era l’equilibrio tra prestazioni, affidabilità e facilità d’uso che la rese la moto perfetta per il motociclista di ogni giorno, trasformandola in una leggenda.
Fino ad allora, le moto ad alte prestazioni erano spesso inaffidabili, difficili da mantenere e riservate a pochi esperti. La CB750 ribaltò tutto questo: portò la potenza nelle mani di chiunque avesse la passione e il coraggio di girare l’acceleratore. E lo fece con una fluidità di guida e una solidità costruttiva che ancora oggi fanno scuola.
La stampa specializzata iniziò subito a definirla “la prima vera superbike”, e non a caso. La CB750 fu la progenitrice di un nuovo modo di pensare la moto: non più solo un mezzo per spostarsi, ma una macchina da godere, su strada e, per molti, anche in pista.
A oltre 50 anni dal suo debutto, la CB750 è ancora oggi un simbolo, un’icona della capacità di Honda di innovare senza paura, e il primo amore per tanti motociclisti che cercavano prestazioni da brivido con l’affidabilità giapponese.
Chi l’ha guidata non la dimentica, chi la sogna oggi la cerca tra i modelli d’epoca, e chi ama le moto sa che senza di lei, probabilmente, il motociclismo moderno avrebbe preso tutt’altra strada.
Ducati 916

Quando nel 1994 la Ducati 916 fece la sua comparsa, si capì subito che non era una moto qualunque.
Era un’icona, nata per lasciare il segno.
Un perfetto equilibrio tra ingegneria da corsa e sensualità italiana.
Ideata dal genio di Massimo Tamburini, la 916 fu riconosciuta da tutti fan, critici, persino rivali, come una delle moto più belle di sempre.
Le sue linee affilate e aggressive, quel doppio faro anteriore, il forcellone monobraccio, lo scarico alto sotto la sella… ogni dettaglio era una dichiarazione di stile.
Ma non era solo estetica: dietro c’era una logica precisa, una ricerca di equilibrio e aerodinamica.
Era una moto che sembrava uscita da una galleria d’arte, ma che viveva tra i cordoli, dove mostrava tutto il suo carattere vero.
Sotto la carena pulsava un bicilindrico a L da 916 cc, raffreddato a liquido.
Erano circa 114 cavalli di pura emozione.
Ma più della potenza, colpivano la spinta brutale, la ciclistica chirurgica, la leggerezza.
Ti bastava muovere il corpo di poco per disegnare una curva perfetta.
Era come se la moto ti leggese dentro, anticipando ogni gesto.
Un’esperienza cruda, viscerale, riservata a chi sapeva davvero domarla.
La Ducati 916 non conquistò solo per il suo aspetto o per i numeri.
Dominò il mondiale Superbike.
Con leggende come Carl Fogarty portò a casa titoli su titoli, dimostrando che la bellezza italiana sapeva anche mordere in pista.
Per tanti motociclisti, la 916 non è una moto.
È un sogno su due ruote, il simbolo di una Ducati coraggiosa, audace, capace di cambiare le regole e imporre nuovi standard.
Oggi, la 916 resta una delle moto più desiderate e influenti di sempre.
Ancora capace di emozionare, unisce arte e velocità come poche altre.
Un vero pezzo di storia del motociclismo, che continua ad accendere passioni e a riempire collezioni.
BMW R80GS

Nel 1980 la BMW fece qualcosa che nessuno si aspettava.
Mise insieme il comfort di una moto da viaggio con l’anima selvaggia del fuoristrada.
E da quell’idea nacque una leggenda: la BMW R80G/S, per tutti semplicemente R80GS.
La prima vera adventure di serie.
Quella che avrebbe cambiato per sempre il modo di vivere la moto.
Il suo cuore era un boxer bicilindrico da 798 cc, raffreddato ad aria.
Non faceva paura, ma spingeva sempre, con quella forza piena e rotonda che ti accompagna ovunque.
Aveva un’erogazione fluida, costante, che ti faceva sentire il motore vivo sotto di te.
E quel baricentro basso, grazie ai cilindri orizzontali, dava stabilità e controllo anche sui terreni più bastardi.
Il vero colpo di genio?
Il monobraccio posteriore con trasmissione cardanica. Una rivoluzione, per l’epoca.
Meno manutenzione, più libertà, più sicurezza quando il terreno diventava sabbia, pietre, fango.
Aggiungi la sospensione a lunga escursione, la sella larga e comoda, il serbatoio grande…
Era fatta per chi non si ferma mai.
Per chi sogna il deserto, le montagne, le piste infinite.
Non a caso, fu la Parigi-Dakar a consacrarla.
Vittorie su vittorie, prove durissime, sabbia e gloria.
La R80GS divenne sinonimo di affidabilità e coraggio, un simbolo di avventura vera.
Da quel momento, chi voleva una moto per andare ovunque, pensava a lei.
Oggi è un pezzo da collezione, ma lo spirito non è mai cambiato.
Ogni GS moderna porta dentro un po’ di quella prima scintilla.
Ha dato vita a un modo nuovo di vivere la moto: viaggiare per scoprire, non solo per arrivare.
Con la BMW R80GS è nato un modo di viaggiare libero, audace, senza confini.
Una moto che non ti porta solo lontano.
Ti porta dentro te stesso.
Yamaha YZF-R1
Nel 1998, Yamaha fece tremare il mondo intero delle due ruote presentando una moto destinata a riscrivere le regole della categoria superbike: la leggendaria YZF-R1.
Non era solo una moto potente.
Era una dichiarazione d’intenti: portare le sensazioni e le prestazioni da circuito direttamente su strada, in un mix letale di velocità, controllo e stile aggressivo.
Il cuore della R1 era un quattro cilindri in linea da 998 cc, compatto e rabbioso, capace di erogare potenza vera già dai regimi medio-bassi.
Grazie alla rivoluzionaria architettura del cambio “stacked”, Yamaha riuscì a ridurre le dimensioni complessive del motore, ottenendo un passo più corto e un telaio più compatto.
Il risultato? Una moto leggera, precisa, spaventosamente veloce in uscita di curva.
Fin dal debutto, la R1 si guadagnò il rispetto di piloti e appassionati per la sua ciclistica affilatissima, la posizione di guida da vera racing e il suo look futuristico.
Con la doppia ottica anteriore, il serbatoio muscoloso e le linee tese, sembrava una belva pronta a scattare anche da ferma.
E quando entrava in azione, il suo urlo metallico diventava inconfondibile.
Ma la YZF-R1 non è solo stile e potenza: è tecnologia pura applicata alla guida.
Col tempo ha integrato sistemi elettronici sempre più raffinati — traction control, quickshifter bidirezionale, gestione mappature e launch control.
E nella versione R1M, mostra tutto il suo lato estremo: sospensioni Öhlins elettroniche e una piattaforma inerziale a sei assi, che la trasformano in un’arma totale per la pista.
Oggi la R1 è molto più di una superbike.
È un’icona per chi ama la velocità pura, una moto che ha vinto nel mondiale endurance, nella Superbike e in tantissime categorie nazionali.
È diventata il sogno di intere generazioni di motociclisti.
Yamaha YZF-R1 è la prova che una moto può essere brutale ed elegante allo stesso tempo: una belva da domare con rispetto, con passione.
Perché una volta che sali in sella, il mondo cambia:
le curve si accorciano,
il tempo si dilata,
e il battito del cuore accelera insieme al contagiri.
Suzuki Hayabusa
Nel 1999, la Suzuki Hayabusa fece il suo debutto nel mondo delle due ruote con un obiettivo chiaro e senza mezzi termini: diventare la moto di serie più veloce mai costruita. E ci riuscì. Con una velocità massima dichiarata superiore ai 300 km/h, la Hayabusa – che in giapponese significa “falco pellegrino”, l’uccello più veloce del mondo – si guadagnò subito un posto nell’Olimpo delle moto leggendarie.
Ma la Hayabusa non è solo velocità. È potenza pura unita a un’estetica inconfondibile, scolpita nella galleria del vento e pensata per tagliare l’aria come una lama. Il suo design, futuristico e muscoloso, fece discutere fin da subito: spigolosa, larga, aggressiva… ma con una sua armonia da predatrice. Un’icona che non ha mai cercato di piacere a tutti, ma che ha lasciato un segno indelebile.
Sotto la carena batte un 4 cilindri in linea da 1.299 cc (poi evoluto a 1.340 cc), capace di erogare una coppia poderosa e una spinta continua che sembra non finire mai. L’accelerazione è brutale, ma la ciclistica – sorprendentemente agile per una moto di questa stazza – permette una guida fluida anche fuori dall’autostrada. È una moto che ti fa sentire potente, ma anche protetto, avvolto in un bozzolo di stabilità e precisione.
Con il passare degli anni, la Hayabusa è diventata molto più di una “speed machine”. È diventata un simbolo per intere generazioni di motociclisti: chi l’ha posseduta, ne parla con rispetto quasi mistico. Chi non l’ha mai provata, la guarda ancora con occhi sognanti.
Nel 2021, la terza generazione della Hayabusa ha segnato un nuovo capitolo, con un’elettronica all’avanguardia (ride by wire, ABS cornering, controllo di trazione, cruise control, launch control, quickshifter…) e un affinamento del motore per mantenere le prestazioni al top, nel rispetto delle normative ambientali.
Suzuki Hayabusa è una leggenda su due ruote, una moto che ha ridefinito il concetto di velocità e ha fatto tremare i rivali. Ancora oggi, resta una delle moto più desiderate e rispettate, simbolo di coraggio, ingegneria estrema e passione per la velocità assoluta. Chi l’ha guidata lo sa: non si dimentica mai la prima volta che la Hayabusa ha staccato tutto e tutti lasciando solo l’asfalto a raccontarne il passaggio.
Triumph Bonneville

Nata nel 1959, la Triumph Bonneville è molto più di una moto: è una dichiarazione di stile, libertà e identità britannica su due ruote. Intitolata al celebre lago salato di Bonneville, nello Utah, teatro di record di velocità, questa moto è stata fin dall’inizio un tributo al coraggio e all’ingegneria di chi sogna la velocità e vive di passione.
La Bonneville originale, con il suo bicilindrico parallelo da 650 cc, è entrata nel cuore dei motociclisti grazie alla sua linea pulita, il serbatoio scolpito e quella posizione di guida naturale e ribelle. Negli anni ’60 e ’70 era la moto da battere: correva sulle strade del Regno Unito, dominava nei caffè racer, veniva immortalata accanto a star come Steve McQueen, Marlon Brando e Bob Dylan. Era la moto dei ribelli, dei sognatori e degli anticonformisti.
Ma la vera forza della Bonneville sta nella sua capacità di reinventarsi restando fedele a sé stessa. Dopo un periodo di silenzio, Triumph ha rilanciato il modello nel 2001, facendo leva sulla nostalgia ma senza rinunciare a tecnologia moderna. La nuova generazione della Bonneville è stata un successo clamoroso: motori più potenti (ora fino a 1200 cc), freni aggiornati, ABS, frizione assistita, ride-by-wire… ma lo stile retrò è rimasto impeccabile, un ponte tra passato e presente.
Oggi la gamma Bonneville comprende diverse varianti (T100, T120, Bobber, Street Twin…), ognuna con la propria anima, ma tutte con un DNA inconfondibile. È una moto che parla di libertà, di gusto vintage, di eleganza senza tempo. Non è fatta per correre in pista, ma per viaggiare con stile, sentendo ogni battito del motore e ogni curva dell’asfalto.
Guidare una Bonneville è come indossare un capo sartoriale: ti calza a pennello, ti fa sentire parte di qualcosa di grande, un’eredità motociclistica che attraversa generazioni.
Triumph Bonneville è un’icona che non conosce tramonto. Una moto che ha fatto la storia… e che ancora oggi la scrive, curva dopo curva.
Kawasaki Ninja ZX-10R

Lanciata nel 2004, la Kawasaki Ninja ZX-10R non è semplicemente una superbike: è un’arma da pista travestita da moto stradale. Pensata fin dall’inizio per dominare le competizioni, la ZX-10R è diventata il simbolo dell’ingegneria estrema di Kawasaki, unendo potenza brutale, elettronica raffinata e un’estetica che urla “velocità” da ogni angolazione.
Fin dal primo modello, la ZX-10R ha puntato su una ciclistica affilata come un bisturi e un rapporto peso-potenza da capogiro. Ogni generazione ha alzato l’asticella, ma è con il supporto del team ufficiale Kawasaki Racing Team WorldSBK e del pilota Jonathan Rea che questa moto è entrata nella leggenda. Dal 2015 in poi, la Ninja ha scritto pagine di storia nel World Superbike, con una serie impressionante di titoli mondiali e record.
Ma non è solo pista. Anche nella versione omologata per la strada, la ZX-10R è una moto che trasmette adrenalina pura, grazie al suo motore quattro cilindri in linea da oltre 200 cavalli, al telaio compatto e reattivo e a una suite elettronica da MotoGP: ride-by-wire, traction control, launch control, freno motore regolabile, cornering ABS, quickshifter bidirezionale e mappature motore personalizzabili. Un arsenale che permette al pilota di sfruttare ogni cavallo con precisione millimetrica.
Il design è tagliente, audace, inconfondibile. Le linee aerodinamiche, la posizione di guida aggressiva e le livree iconiche “Lime Green” riflettono la tradizione racing di Kawasaki. Ogni elemento è funzionale, dalla presa d’aria ram-air alla carenatura pensata per massimizzare la deportanza.
La ZX-10R è una moto estrema, pensata per chi ha il coraggio di spingersi oltre. Non è la scelta più comoda per un giro al bar, ma se il tuo cuore batte per le emozioni forti e hai la testa per gestirla, allora è la compagna perfetta per divorare rettilinei e pieghe.
Kawasaki Ninja ZX-10R è il simbolo della performance pura, una leggenda moderna che continua ad alimentare sogni e a scrivere la sua storia sui circuiti di tutto il mondo.
Aprilia RSV4

Lanciata nel 2009, la Aprilia RSV4 è molto più di una moto sportiva: è un manifesto tecnologico e stilistico che ha cambiato per sempre le regole del gioco. Pensata e sviluppata direttamente nelle officine di Noale, questa belva da pista ha subito fatto capire di non essere una semplice alternativa alle giapponesi: era una sfida frontale, e vincente.
Il cuore della RSV4 è il suo straordinario motore V4 longitudinale a 65°, una soluzione tecnica rara nel panorama delle supersportive, capace di unire compattezza, potenza esplosiva e una voce metallica che entra nel sangue. Sin dai primi esemplari, la RSV4 ha dimostrato di essere un’arma da gara travestita da moto stradale, con oltre 200 CV, una coppia corposa e una progressione rabbiosa che incolla il pilota alla sella.
Ma non è solo potenza: il telaio in alluminio, sviluppato direttamente in ambito racing, è una delle chiavi del suo successo. Rigido, preciso, regolabile, offre una sensazione di connessione totale con l’asfalto, quasi chirurgica. Le sospensioni di alta gamma, i freni Brembo e una gestione elettronica avanzatissima (ride-by-wire, traction control, wheelie control, ABS cornering, mappature motore personalizzabili) fanno della RSV4 una moto che non perdona gli errori, ma premia il coraggio e la tecnica.
Il palmarès lo dimostra: Campionessa del Mondo Superbike con Max Biaggi, protagonista costante nelle competizioni internazionali, amata da piloti e recensori per il suo equilibrio tra brutalità e finezza. In pista è devastante, ma anche su strada trasmette emozioni uniche a chi è capace di domarla.
Il design? È 100% italiano. Linee tese, frontale affilato, codino compatto e un’estetica che trasuda sportività da ogni dettaglio. Negli anni, la RSV4 è cresciuta, affinata, evoluta, ma senza mai snaturare quella filosofia di “piccola MotoGP per la strada” che l’ha resa celebre.
Guidare una Aprilia RSV4 non è solo una questione di velocità: è vivere un’esperienza ad alta intensità emotiva, in cui ogni curva è una sinfonia e ogni apertura di gas è un grido di guerra. È la scelta di chi cerca un’anima italiana che pulsa forte sotto il serbatoio, pronta a regalare adrenalina pura.
La RSV4 non è per tutti. È per chi sa leggere tra le pieghe dell’asfalto e ama le moto che parlano chiaro: “Voglio essere la numero uno”. E a dirla tutta, ci riesce spesso.
Indian Scout

Introdotta nel 1920, la Indian Scout non è solo una moto: è una pagina viva nella storia del motociclismo americano.
Nata dal desiderio di creare una due ruote leggera, maneggevole e grintosa, la Scout ha saputo incarnare alla perfezione lo spirito pionieristico degli Stati Uniti, diventando presto un’icona senza tempo.
Il suo design elegante e filante, con il serbatoio a goccia, i fianchetti lisci e le linee morbide, l’ha resa subito riconoscibile — quasi un’opera d’arte su due ruote.
Ma non era solo bella da guardare: sotto la sella batteva un cuore affidabile e scattante, un bicilindrico a V da 600 cc (poi evoluto) capace di offrire prestazioni sorprendenti per l’epoca.
Negli anni ’20 e ’30, la Scout fu la compagna preferita dei motociclisti avventurosi, dei corridori e persino dell’esercito americano.
Era una moto che non temeva la polvere né la fatica, robusta e facile da riparare.
Perfetta per lunghe cavalcate sugli sterrati del Midwest, o per sfrecciare su circuiti improvvisati durante le fiere di paese.
Ma la Indian Scout è anche una leggenda sportiva.
Fu infatti la moto del mitico Burt Munro, il neozelandese che inseguì la velocità fino al lago salato di Bonneville, battendo record destinati a entrare nella storia — imprese raccontate nel film “Indian – La grande sfida”.
Con modifiche artigianali e una determinazione feroce, Munro dimostrò che anche una moto nata decenni prima poteva scrivere nuove pagine di leggenda.
Dopo la crisi dell’azienda e una lunga pausa, il nome Scout è tornato a brillare negli anni 2000 grazie al rilancio del marchio Indian.
Le versioni moderne, pur ricche di elettronica e comfort, mantengono intatto lo spirito originale: linee pulite, sella bassa, posizione rilassata e quel carisma vintage che fa ancora battere il cuore a ogni appassionato.
Oggi, guidare una Indian Scout significa abbracciare la tradizione senza rinunciare al piacere moderno di guida.
È una moto che parla di libertà, di strade aperte, di sogni a stelle e strisce.
Un simbolo del motociclismo vero, fatto di persone che non si accontentano di arrivare — ma vogliono vivere ogni singolo chilometro.
In poche parole?
La Scout è una leggenda che non ha mai smesso di cavalcare.
In conclusione
Alla fine, queste sono solo alcune tra le moto più amate e riconoscibili di sempre.
Ognuna ha lasciato il segno, nel suo modo, cambiando per sempre il mondo delle due ruote.
E anche se il tempo passa, il loro nome resta lì, impresso nella testa di chi ama davvero le moto.
Le moto storiche non sono solo mezzi.
Sono pezzi di vita, momenti, sogni che hanno preso forma su due ruote.
Ogni modello racconta una storia sua, fatta di coraggio, di strade lunghe, di mani sporche d’olio e di occhi pieni di libertà.
Che tu sia uno da moto d’epoca o da sportiva moderna, alla fine il senso non cambia:
le moto storiche continuano a farci sognare e respirare emozione pura.
Ci portano indietro nel tempo, a quando contava solo partire, senza sapere dove.
Sceglierne una è come dire sì a un’eredità viva, fatta di passione e ricordi.
Perché ogni viaggio, con una moto così, non è mai solo un tragitto.
È una storia che continua a scriversi, curva dopo curva.
❓ Domande Frequenti – Moto Storiche
Qual è la moto storica più iconica di sempre?
La Harley-Davidson Sportster, lanciata nel 1957, è considerata una delle moto più iconiche di sempre per il suo stile intramontabile e il rombo del V-twin che ha segnato generazioni di motociclisti.
Perché la Honda CB750 è definita la prima superbike?
Introdotta nel 1969, la Honda CB750 è stata la prima moto a quattro cilindri ad alte prestazioni disponibile su larga scala, rivoluzionando il mercato e rendendo accessibili le prestazioni sportive.
Cosa rende unica la Ducati 916?
La Ducati 916, lanciata nel 1994, è celebre per il suo design innovativo, la ciclistica raffinata e le prestazioni mozzafiato. È ancora oggi un punto di riferimento nel design motociclistico.
Qual è stata la prima moto adventure della storia?
La BMW R80GS, presentata nel 1980, è considerata la prima vera adventure bike prodotta in serie, capace di affrontare con facilità sia l’asfalto che il fuoristrada.
La Yamaha R1 è ancora un riferimento tra le superbike?
Sì, la Yamaha YZF-R1, introdotta nel 1998, ha stabilito nuovi standard nelle prestazioni su strada e in pista. Ancora oggi è una delle moto più amate dai fan delle sportive.
Perché la Suzuki Hayabusa è entrata nella leggenda?
Perché al momento del lancio nel 1999, la Hayabusa è diventata la moto di serie più veloce al mondo, con un design unico e prestazioni da capogiro.
Cosa rappresenta la Triumph Bonneville per il Regno Unito?
È una vera e propria icona britannica. Lanciata nel 1959, ha incarnato lo spirito rock’n’roll su due ruote e continua a essere prodotta con uno stile che unisce tradizione e modernità.
Che ruolo ha avuto la Kawasaki ZX-10R nella storia delle corse?
Dal 2004, la ZX-10R è una delle protagoniste assolute delle competizioni mondiali, grazie alla sua potenza esplosiva e alla tecnologia derivata dalla pista.
Qual è l’importanza dell’Aprilia RSV4?
La RSV4 ha ridefinito il concetto di moto sportiva con il suo motore V4, elettronica avanzata e tanti titoli mondiali conquistati nel mondiale SBK.
La Indian Scout è ancora rilevante oggi?
Assolutamente sì. Introdotta nel 1920, la Indian Scout è una delle moto americane più amate di sempre e continua a essere prodotta come simbolo di eleganza e tradizione.
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